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30 Luglio 2010 11:12  

Dossier Svimez: “Il Sud e la condizione delle donne”

 

Foggia. Le donne nella crisi: nel 2009, al Sud, 49mila donne hanno perso il posto di lavoro. Con la crisi, la già modesta quota di donne meridionali con un’occupazione si è ridotta, ma soprattutto si sono inesorabilmente chiuse le porte di accesso al lavoro per le giovani donne del Sud. Il tasso di occupazione femminile nel 2009 al Sud è sceso al 30,6%. In altri termini, meno di una donna su tre nel Mezzogiorno lavora ufficialmente. Un dato allarmante, che stacca di 25 punti il resto del Paese

(55,1%) e ancora di più l’Ue a 27 (58,6%). Una chimera, poi, il target di Lisbona 2010, che fissa al 60%, 30 punti in più, il tasso di occupazione femminile.

È la fotografia della condizione delle donne al Sud nel 2009 che emerge dal dossier SVIMEZ “Il Sud e la condizione delle donne” di Luca Bianchi e Giuseppe Provenzano presentato a Foggia.

Eppure le donne meridionali sono state protagoniste di una grande rivoluzione culturale. In rapporto alla popolazione, le ragazze del Sud diplomate sono passate dall’85,1% del 2000 al 94% del 2009, circa un punto percentuale in più rispetto al Centro-Nord. Ancora meglio sul fronte dell’iscrizione all’Università: dal 2004 al 2009 la quota delle diplomate del Sud che si sono iscritte all’Università sono passate dal 45,6% al 51,3%, superando così sia gli uomini (35,5%) che le ragazze del Centro-Nord (41%). Ma studiare, per le donne, non basta: in base agli ultimi dati disponibili, del 2005, le giovani donne laureate, in oltre la metà dei casi, svolgevano una professione che richiedeva una qualifica più bassa rispetto a quella posseduta, erano cioè “sottoinquadrate”.

Le donne di età 15-29 anni che non studiano e non lavorano sono state in Italia nel 2009 1,1 milioni. Di queste, 646mila erano al Sud. In rapporto alla popolazione, ciò significa che nella fascia di età in esame circa una ragazza su tre nel 2009 è fuori dal mercato del lavoro e dal sistema formativo.

Ciò rende le donne meridionali più vulnerabili: il rischio di povertà riguarda oltre 3 ilioni e seicento mila donne meridionali, il 34% contro il 12,6% delle donne settentrionali. Percentuali in entrambi i casi sensibilmente superiori a quelle maschili.

Il sistema di welfare familiare e informale che ancora in molti casi è dominante nel Mezzogiorno, si regge sulla donna, non lavoratrice, relegata ad un ruolo casalingo secondo un modello sociale tradizionale: allevare i bambini, accudire gli anziani.

Nel 2006 appena 4 bambini da 0 a 3 anni su 100 hanno potuto usufruire degli asili nido, contro i 16 del Centro-Nord, circa quattro volte in meno. Non va meglio sul fronte anziani: nel 2008 la percentuale di over 65 trattati con assistenza domiciliare integrata è stata al Sud la metà del Centro-Nord.

Le donne che vogliono lavorare, allora, sono costrette ad emigrare. Il principale elemento di diversità rispetto ai fenomeni migratori degli anni Sessanta è il peso della componente femminile, che rappresenta ormai stabilmente quasi la metà dei migranti e in alcune realtà territoriali costituisce la maggioranza. (fenalc/com.unica)

 

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